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III. Percorso di Icilio Federico Joni (Siena, 1866-1946)
Icilio Federico Joni
Madonna con il Bambino, santa Maria Maddalena e san Sebastiano da Neroccio di Bartolomeo Landi Tempera e oro su tavola, cm 109,2 x 72,1 New York, The Metropolitan Museum of Art, Robert Lehman Collection 1975 Si ricostruisce l'attività del caposcuola dei falsari senesi. Sono esposte in ordine cronologico le sue «contraffazioni dall'antico»: dalle copertine di libro, imitazioni fantasiose delle antiche Biccherne del Comune di Siena, ai trittici realizzati tra gli anni Novanta del XIX secolo e i primi anni del Novecento, regolarmente esportati in Europa e Stati Uniti. Da segnalare in particolare il trittichetto del Courtauld Institute of Art di Londra. Un vera e propria fase evolutiva nella produzione di Joni si registra intorno al 1910-1915, epoca alla quale appartengono sia la Madonna con il Bambino, santa Maria Maddalena e san Sebastiano nello stile di Neroccio di Bartolomeo Landi proveniente, assieme a tre frammenti di predella nello stile di Sano di Pietro, dalla Collezione Lehman del Metropolitan Museum of Art di New York. Seguono opere degli anni Venti e Trenta realizzate nello stile dei maggiori pittori senesi del Trecento e del Quattrocento, e non solo. Da Duccio di Buoninsegna a Pietro Lorenzetti, da Sano di Pietro a Francesco di Giorgio Martini, fino a Beato Angelico e a un pittore prossimo a Giovanni Bellini. Opere, perlopiù provenienti da collezioni private italiane e straniere, nelle quali Joni si dimostra, negli anni avanzati della sua attività, capace di muoversi con disinvoltura su registri stilistici diversi, con un'attenzione filologica sorprendente e degna dei migliori storici dell'arte suoi contemporanei e amici, quali Bernard Berenson e Frederick Mason Perkins. È certo da segnalare il piccolo frammento con Sant'Ansano concesso in prestito dagli eredi dell'antiquario Carlo De Carlo di Firenze; un'opera fino ad oggi considerata di un pittore affine a Duccio di Buoninsegna, il cosiddetto "Maestro del Tabernacolo n. 35" creato dallo studioso americano James H. Stubblebine, nell'ambito della sua imprescindibile monografia Duccio di Buoninsegna and His School (Princeton, 1979). |